Alessandria d'Egitto, 12 maggio 1946
La
principessa Fawzia si svegliò presto quella mattina, in preda
all'angoscia. Un sogno sul far dell'alba l'aveva disturbata. Si ricordava
bene la sensazione di solitudine e di impotenza che accompagnava il
vedersi in un paese straniero, senza il suo adorato mare e circondato da
alte montagne. Era quasi sicura che si trattasse della Svizzera e
certamente avvertiva un presagio infausto. Non le aveva sempre detto la
nutrice che i sogni sul far del mattino sono profetici? O forse era
solamente l'imminente incontro con il conte di Pollenzo e la sua consorte,
ovvero l'ex re d'Italia in esilio Vittorio Emanuele III e l'ex regina
Elena del Montenegro? Gli italici sovrani sarebbero arrivati proprio quel
giorno e avrebbero passato il loro esilio ospiti di re Farouk. Fawzia
cercò di liberare la mente concedendosi una lunga nuotata nella piscina di
acqua salata della sua villa: si immerse nuda e lasciò che l'acqua
portasse via quelle cattive sensazioni. Quando si sentì più libera si
asciugò e indossò una leggera vestaglia impreziosita da pizzi, merletti e
dalle sue adorate perle, e si sedette in veranda, concedendosi una
rinfrescante colazione a base di frutta. Guardava l'orizzonte perdendosi
in mille pensieri. Nel frattempo la cameriera le portò su di un vassoio
d'argento i quotidiani che Fawzia sfogliò con scarso interesse fino a
quando si soffermò su di una foto dello Scia di Persia Reza Pahlavi.
Allora le tornò alla mente il suo matrimonio nel 1939, la vita a Teheran,
come Regina del Trono del Pavone, e la famosa copertina per la rivista
Life nel 1942 con il commento del fotografo Cecil Beaton: "Maestà lei è
una Venere Orientale, dall'ovale del volto perfetto, la carnagione pallida
e gli occhi blu".
Gli anni a Teheran erano stati straordinari,
ricchezza, lusso e viaggi in luoghi da favola. Certamente non erano
mancati momenti non facili, come il rapporto con la cognata Ashraf
Pahlavi, sorella gemella dello Shia. La principessa persiana non perdonava
alla nuova regina la sua bellezza leggendaria e l'ammirazione che la
circondava.
E poi il sogno si infranse, e lei fece ritorno alla corte
del fratello Farouk I. Le motivazioni erano un argomento di cui Fawzia non
amava parlare, per lei il passato era una porta ormai chiusa. A lei
interessava il presente ed eventualmente il futuro. Sicuramente la
mancanza di un erede maschio e il gelido rapporto con Ashraf non aiutarono
a superare la crisi. Comunque ora Fawzia era in attesa del divorzio e si
godeva la sua bella casa nel paese natio, non potendosi certamente
lamentare in fatto di ricchezze. Però sentiva che le mancava qualcosa, e
quel qualcosa era l'Amore.
Finita la colazione iniziò a prepararsi:
assieme alla sua assistente scelse un abito elegante nella sua semplicità,
di un rosa pallido, antico come il diadema che indossava sopra il suo
principesco capo. La sua pelle era vellutata e risplendeva come quella di
Iside. Quando fu pronta raggiunse l'autista che la portò al palazzo reale
dove era attesa dal fratello.
" Buongiorno vostra maestà" disse
inchinandosi quando il re entrò nella sala del trono. "Buongiorno a Voi,
mia diletta sorella", rispose il sovrano baciando la mano della
principessa. Il cerimoniale prevedeva che la corte si recasse al porto per
accogliere gli ex sovrani d'Italia, in esilio dal loro amato Paese. Così
si formò un corteo di auto blu che si diresse verso il porto.
Arrivati
sulla banchina Fawzia vide attraccare la nave e in poco tempo le loro
altezze reali Vittorio Emanuele III ed Elena apparvero accompagnati dagli
intendenti e dalle dame di compagnia.
La principessa egiziana fu
colpita dalla coppia reale che avanzava portando sulle spalle quanto era
accaduto in Italia, in Europa e nel mondo negli ultimi sette anni.
Fawzia si avvicinò e si inchinò facendo, assieme al fratello, gli onori di
casa.
L'inquietudine e il malessere non lasciarono sola la principessa
per tutto il giorno e solamente al tramonto trovò un po' di pace, quando
decise di recarsi nel piccolo tempio dedicato ad Iside e nascosto fra i
sicomori del suo giardino. Che pace in quel luogo. La principessa si
spogliò, espose il suo corpo agli ultimi raggi del sole morente ed indossò
una tunica di bianco lino. Quando la luna ormai si rivelava alta nel cielo
prese alcuni datteri, del latte e del miele e li offrì come libagione alla
dea. Ora era la luce lunare ad illuminare il viso di Fawzia. Si spogliò
nuovamente e si immerse nella vasca di fronte alla statua di Iside. Chiuse
gli occhi e ascoltò le parole della sua protettrice: "in qualunque posto
la vita ti vorrà condurre, sempre percepirai attorno a te il profumo delle
rose, segno inequivocabile della mia presenza e della mia protezione".
Rincuorata la principessa riemerse e si preparò per la cena in onore delle
loro ex maestà d'Italia.
Quando fece l'ingresso nel salone delle
feste del palazzo reale Raʾs al-Tīn di Alessandria d'Egitto tutti gli
occhi si puntarono sul suo corpo e sul suo viso e la principessa, benché
fosse abituata all'ammirazione, provò grande gratitudine per quel dono che
gli dei le avevano concesso.
Fingendo un'allegria che aveva perso da
alcuni anni, concesse diversi balli a ufficiali e notabili italiani e
chiacchierò amabilmente con nobildonne europee, riuscendo a nascondere la
noia che provava. Aveva voglia di novità, ma queste tardavano ad arrivare.
Quando ritenne possibile lasciare la festa, senza suscitare riprovazione,
fece chiamare il suo autista, ma nello scendere le scale incontrò un
giovane ufficiale che entrava proprio in quel momento nel salone.
Ormai
era troppo tardi per girarsi indietro e rientrare (altrimenti le pettegole
avrebbero subito notato qualcosa), e cercar di capire chi fosse
quell'aitante giovane, ma aveva tutte le intenzioni di scoprirlo quanto
prima.
Fawzia non tardò a conoscere il colonnello Ismāʿīl Husayn
Shīrīn Bey, le sue fide ancelle infatti erano informatissime su ogni
scapolo dotato di un bel fisico e di un pari conto in banca. Il primo
incontro per entrambi fu come una conferma di essersi già amati in una
precedente vita. Il colonnello fu introdotto in un salotto dai divani e
dalle tende di una seta color verde smeraldo, come gli occhi della
principessa, e Fawzia lo attendeva vestita con un leggero abito bianco,
come una vestale in un tempio romano. Non ebbero bisogno di dirsi nulla,
si guardarono, si riconobbero e si amarono, con un trasporto e
un'intensità primitiva, quasi ancestrale. Tutto avvenne sotto lo sguardo
benevolo della dea Iside, che sorridendo accoglieva fra le sue braccia i
due giovani amanti.
Fawzia e Ismāʿīl decisero di trovare un po' di
tranquillità nella Villa Mon Repos sull'isola di Corfù, di proprietà di
un'amica, la principessa Alice di Battenberg e di suo figlio Filippo
principe di Grecia e Danimarca.
Furono giorni lieti, in cui i bagni
in mare, le corse in spiaggia e le visite a Villa Achilleion, la residenza
che fu dell'Imperatrice Elisabetta d'Austria, furono intervallati dalle
chiacchiere con il giovane Filippo in procinto di sposarsi, l'anno dopo,
con la principessa Elisabetta del Regno Unito.
L'isola ionica fu
dunque complice e testimone dell'Amore che unì per sempre i due amanti,
fino alla decisione di sposarsi nel 1949.
Una mattina del 1952 però,
Fawzia si svegliò e seppe con certezza che il sogno fatto alcuni anni
prima si stava avverando, infrangendo nuovamente la sua vita da favola.
Infatti la Rivoluzione scoppiò e costrinse la Famiglia Reale alla via
dell'esilio. La principessa e il colonnello scelsero un Paese senza mare e
circondato da alti monti, le Alpi. Quel Paese era la Svizzera, e la donna
che era stata paragonata anche a Vivien Leigh iniziò una nuova vita.
FINE
Bisanzio Velata