Londra, ottobre 1931
“Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e stelle – bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote „.
«E’ bellissima, amore mio», disse Anton
guardando il profilo del corpo nudo di Antonia, stesa mollemente a letto.
Lei accarezzava lentamente il petto di lui, spingendosi sempre più giù,
oltre l’ombelico per giungere fino al pube. Sentiva i suoi riccioli
attorno alle dita e ne traeva un grande piacere.
«Non è ancora finita,
è solo un abbozzo», rispose la giovane.
«Questi giorni con te qui a Londra, lontani da
Milano, mi ispirano e sento il cuore esplodere dal desiderio di comunicare
a tutti ciò che provo per te», aggiunse Antonia.
Erano stati anni difficile per i due amanti
quelli trascorsi da quando i loro sguardi si incrociarono la prima volta
sui banchi del Liceo Manzoni di Milano. Lei giovane liceale, esponente
dell’alta borghesia meneghina e lui il suo maturo professore di Latino e
Greco. E fu subito scandalo. Ora lei si trovava in Inghilterra per
studiare ed approfondire la lingua e la letteratura inglese e il suo
amante l’aveva raggiunta per trascorrere un po’ di tempo assieme, fuggendo
al controllo del padre di Antonia.
In quella camera d’albergo, Anton guardava il
suo giovane amore scrivere poesie che poi Antonia gli leggeva con
trasporto. Pagine e pagine di quaderni riempite con la sua fitta
calligrafia, che lui aveva imparato a conoscere attraverso le sue versioni
di Platone, Tacito, Marziale e Ovidio. E poi facevano l’amore, i loro
corpi si univano nel piacere e nella ricerca dell’Assoluto e
dell’Infinito. Nell’apice del piacere la giovane si aggrappava alle
natiche dell’uomo e lo sentiva affondare ancora di più nelle sue carni,
fino al momento in cui lui riversava in lei il suo caldo e fertile seme.
Appagato il desiderio quasi cannibalesco dell’uno per l’altro, uscivano a
passeggiare in quell’autunno inglese. Foglie ramate ballavano, spinte dal
vento, attorno a loro. Improvvisamente la moltitudine di uomini, donne e
automobili sparivano attorno a loro, e restavano soli al mondo; vivevano
l’alba di un nuovo avvenire.
I giardini di Kensington erano la loro meta
preferita e proprio sotto la statua dedicata a Peter Pan Antonia,
guardando il suo Amore, un pomeriggio iniziò a recitare
“Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe.
Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi „
Anton la guardava meravigliato e incapace di
proferire verbo. In silenzio ripresero a camminare e passeggiando
abbracciati giunsero di fronte a Wellington House. Antonia improvvisamente
si ricordò della Principessa Americana, la musa dei Poeti.
« Vedi amore, questo palazzo è l’abitazione
londinese della famosa Lady Marina Wellington», esclamò la giovane.
«E’ ancora in vita?»
domandò il professore.
«Si, deve avere quasi novanta anni».
« Chissà cosa
penserebbe delle mie poesie» si chiese a voce alta la giovane e proseguì
citando il proseguo della sua lirica
“E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido – della bellezza:
e tu lascia ch’io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo –
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette „.
Appena terminata la declamazione, Antonia
allungò il suo bianco collo per cercare di scorgere qualcuno al di là del
cancello in ferro battuto. Le parve di intravvedere una signora nel
roseto, vestita con un bel abito color crema e dai lunghi capelli bianchi
acconciati in una treccia arrotolata attorno al capo. Insomma proprio
un’antica signora vittoriana. Fu la visione di un attimo perché il suo
Anton già la cingeva e la conduceva lontano di nuovo nel parco.
Eccoli infine di fronte a Kensington Palace.
Proprio il palazzo che sarà testimone di tanti amori infelici. Lui la
guardò negli occhi e le disse:
«Ti amo più di me stesso e se potessi ti darei
questo palazzo, dove potresti vivere o mia principessa». E la baciò con
trasporto.
«A
me non servono palazzi e carrozze! Io desidero te, il tuo corpo e la tua
anima. Voglio sentirti dentro di me, ancora e ancora. E per questo mi
basta il nostro vecchio albergo», sussurrò la giovane, presa
nell’abbraccio del suo uomo.
Attorno a loro l’autunno scoloriva gli alberi.
Un po’ di malinconia si impadronì del cuore della giovane, tanto che i
suoi occhi si bagnarono di lacrime e i suoi pensieri andarono al poeta
Thomas Tickell e al suo poema Kensington Garden.
“…..Amid this Garden, then with woods
o'ergrown,
Stood
the lov'd seat of royal Oberon.
From every region to his palace-gate
Came Peers and Princes of the Fairy state…..„.
Sussurrò Antonia, più a se stessa che ad Anton.
Ma i principi e le principesse delle fate che abitano i Giardini di
Kensington non bastarono ad allontanare nella giovane un cattivo presagio.
“…..Ah wretched Nymph, to future evils blind!
The time shall come when thou shalt dearly pay
The theft, hard-hearted! of that guilty day:
Thou in thy turn shalt like the Queen repine,
And all her sorrows doubled shall be thine:
He who adorns thy house, the lovely boy
Who now adorns it, shall at length destroy
…..„.
Solamente un abbraccio
di Anton riportò Antonia a se stessa e assieme si avviarono verso il loro
albergo. Una leggera pioggerellina li sorprese lungo la strada, ma non li
fece affrettare; anzi si godettero l’atmosfera decadente che li
circondava, avvolti nei loro trench e protetti da comodi cappelli. Antonia
si stringeva al suo uomo e affondava il volto nel collo di volpe rossa che
le riscaldava la gola. Arrivati in albergo l’atmosfera calda e accogliente
di un tè con alcuni sandwich e qualche biscotto tranquillizzò
ulteriormente la giovane; il caminetto di ghisa scoppiettava e le poltrone
sulle quali erano seduti i due amanti erano davvero comode. Fuori il vento
li chiamava e dentro la stanza il legno del pavimento scricchiolava. Anton
iniziò a spogliare lentamente la sua giovane amante e la guardò a lungo
coricata sul tappeto e illuminata dal chiarore del fuoco; prima di
denudarsi a sua volta e mostrarle la sua virilità ergersi con possanza e
desiderosa di essere ancora una volta appagata. La giovane allora accolse
in sé il desiderio del suo uomo, e sentì penetrare in lei la sua forza.
In quel momento
Antonia non poteva e non doveva chiedere di più. Questo lo sapeva.
Bisanzio Velata
FINE