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RACCONTI D'AUTORE

ADAMO BENCIVENGA
L'AMANTE UFFICIALE
PRIMA PARTE

La Maison Rouge
Conosco gli uomini, li conosco a fondo, nelle parti
basse e in quelle del cuore, dove ogni respiro è un
comando ed urlo scomposto, una richiesta d’aiuto. So
quando devo tacere, quando le labbra servono ad altro.
A Saigon c’è una casa senza finestre. Se passi di
notte per Dai Lo Nguyen non puoi non notarla. Qui non si
parla la nostra lingua, ma un brusio bastardo di inglese
e francese, di tai e cinese che s’accalca ogni sera per
prendersi il meglio. Lungo la strada un interminabile
flusso di biciclette che trasportano montagne di merce,
di miseria e di guerra, di intere famiglie a passeggio,
ma dentro la casa solo sciami di sete e suoni europei
dove si mangia, si scherza, si balla e se sei ricco puoi
farci l’amore.
Sai, qui si crede nel destino,
quello benevolo che nonostante ci abbia fatto nascere
povere, ci fa crescere belle, appetibili agli occhi di
qualunque straniero. Se tu non hai nulla in contrario
puoi fare di noi un’amante, una devota ragazza che ti
segue nel bene e nel male per il tempo che rimani da
queste parti. Seguirà l’ombra dei tuoi passi
nell’unica meta dove non esiste la guerra, lungo le
strade dove non c’è fango e dolore. Ma se vuoi, se è
troppo gravoso l’impegno, puoi tranquillamente
affittarla ogni sera, senza promessa o dovere e nemmeno
un acconto. Lei t’aspetterà frusciando la seta sulla
pelle pulita, e tu potrai fidarti ad occhi chiusi,
perché lei conosce a memoria i vicoli stretti e le
stradine più fitte, conosce a memoria le stanze qui
dentro, dove non si sente il rumore, il rimbombo
soffocato di mortai e cannoni. Non si sente l’odore
rappreso del sangue, polvere e terra che tura il naso e
secca le mani, ma quello d’oppio e tabacco che si fuma
per deridere la vita ed insultare la morte.
Se
arrivi a Saigon dall’aeroporto non puoi non fermarti
nella Maison delle 150 fanciulle, perché il tassista
prende la mancia e non ha di meglio da offrirti lungo
l’unica strada dove non ci sono macerie ed il neon
intermittente ti fa credere altrove.
Lui con
orgoglio te ne parla fitto in francese, di ragazze che
lui non ha mai visto, di ballerine a tariffa che non
osano guardarti negli occhi, a meno che tu non lo voglia
o loro s’accorgano che potresti invitarle di nuovo.
Il tassista ti parla di stoffe orientali cucite a
Parigi, di seni abbondanti dove farci un nido la sera,
ma tu non ci credere! Noi qui siamo tutte piatte per
fame e natura, ed i vestiti che indossiamo sono cuciti a
mano dalle nostre madri, dalle nostre sorelle più
brutte, che si danno da fare perché almeno una di noi
sia d’aiuto a tutte le altre.
Ti chiederanno se
sei sposato, se hai dei figli, ma poi non ha importanza
se lo sei veramente, perché quello che conta è un letto
a baldacchino, è ripararsi dalle mosche quando si dorme,
lavarsi la faccia con l’acqua corrente.
Se vieni
a Saigon non giudicare da occidentale, non pensare che
siamo carne da bordello, perché non è un ballo
continuato al piano di sopra che ci fa puttane, non è un
rifiuto che ci fa sante.
Le
centocinquanta ragazze
Stavo ballando ma
ti ho notato comunque, perché nessuno straniero passa
inosservato quando entra la prima volta. Ti sei guardato
attorno, chissà se già mi stavi cercando, se il tassista
era mio fratello. Lui s’è messo in testa di farmi
reclame, ha stampato dei biglietti su carta di riso.
Dice a tutti che sono bella, la più brava se hai certe
intenzioni. “Signore, quella è carne di seno che
avanza se vuole riempirsi la bocca…” Fa l’inchino più
volte e ripete che non vuole nessuna percentuale. Il
gioco è solo farti incuriosire, e spesso ci riesce.
Tu volevi un tavolo vuoto per sederti e goderti la
scena, magari contarci per verificare se fossimo davvero
150! Le più belle che Saigon può offrire, le più
graziose partorite nel fango d’una guerra infinita.
Nessuna esclusa, perché sarebbe davvero uno spreco
essere belle e fare un altro lavoro, ammesso che ci sia,
che ogni giorno si possa sbarcare il lunario distante da
questa casa senza finestre. Non ci siamo mai
contate, ma siamo tante, belle davvero, che se per caso
avessi il cuore vuoto ti potresti innamorare di tutte.
Il tassista, sempre lui, già ti aveva messo in
guardia. “Signore, è inutile che cerchi altrove! Non
esiste donna bella che non faccia il mestiere. Non
esiste altra casa che possa offrirle di meglio!”
Una decina di noi già ti faceva capannello. “Compri
un biglietto signore! Io, ballerina a tariffa.” Ti
dicevano in francese, in inglese e in un misto bastardo
per essere le prime, per essere capite e non aver
concorrenti. “Io, ballerina a tariffa.” Ripetevano in
coro, ma tu già mi avevi notata da lontano. Non
sarei mai venuta se tu non m’avessi chiamata, non mi
sarei mai seduta accanto a te se non m’avessi sorriso.
Hai chiesto il mio nome e m’hai guardato le scarpe. Per
un attimo ho avuto timore che non ti piacessero. Ma
stavi solo pensando. Mi hai chiesto se fossi libera e
m’hai fissato negli occhi una luce smorta che ancora
ricordo. Eri un giornalista, ma non ne avevi la faccia,
eri irlandese ma non ne avevi la pelle.
Sai qui
ne sono passati tanti, tutti con la fretta nel sesso ed
il cuore già pieno. Sarebbe bastato un biglietto per
invitarmi a ballare, ma tu ne hai comprato un blocchetto
da dieci e mi hai voluta seduta. Guardavi muto la parte
in ombra del mio viso, tu eri diverso! Solo un attimo ed
ho creduto d’amarti, come si ama un bambino smarrito che
ti chiede la strada. Ero stupida vero? Entrando qui
dentro avevi portato con te il tuo cuore, ma poi mi hai
spiazzata e non ho capito più nulla. Mi hai chiesto se
potevo procurarti una casa! Per questo sarebbe bastato
il tassista o qualunque agenzia nel quartiere cinese.
Subito dopo ti sei alzato e sei andato via
nonostante quei dieci biglietti. Ho pensato che ne
ignorassi il valore, nessun uomo avrebbe rinunciato a
dieci balli con il diritto acquisito di tenermi per
tutta la notte. Perché il decimo ha un altro valore,
è di colore diverso e non serve per ballare, ma per
sentire il suono dei tacchi che salgono le scale, il
fruscio della seta che s’adagia su una poltrona. Il
decimo biglietto è un letto a baldacchino, è un’essenza
cinese, una luce soffusa, una donna che s’offre senza
indugio e ti dona l’anima se il corpo non basta, ed alla
fine, comunque sia andata la notte, ti ringrazia devota.
L’alba di Saigon
L’alba di Saigon è di un rosso amaranto, se per caso non
avessi dormito una notte, potresti scambiarla per un
tramonto qualunque. Per tutta quella notte non ho smesso
un attimo di pensarti, sentivo che saresti tornato, ma
non sapevo quando. Qui non si lascia una donna
incompiuta, perché il nostro obbedire è più forte di
qualsiasi comando. Ai piani di sopra della Maison
Rouge ci sono quindici camere, tutte arredate di rosso,
tutte accoglienti per chi ha deciso di passarci una
notte. Quindici soltanto, una per ogni dieci ragazze, ma
non è mai successo di trovarle tutte occupate.
Qui c’è la guerra, c’è la fame e un uomo del posto, per
quanto ricco, non arriverà mai a prenotare una stanza, a
tenerci una notte mentre la musica riempie la sala di
sotto. Può comprare alla meglio un biglietto, per un
ballo soltanto, per sfregare la seta senza toccare la
pelle, per sentire l’odore d’una donna che non porterà
mai a letto. Se ripenso che tu avevi 10 biglietti!
Mi viene quasi da piangere. Alle volte non capisco la
mentalità occidentale. Mi fate rabbia! Non avete il
senso della misura e dello spreco. Ma non scadono, non
preoccuparti, puoi tornare quando vuoi!
Qui non
occorre aver diciotto anni per fare l’amore perché solo
i ricchi sanno l’anno ed addirittura il giorno preciso
in cui son nati. Noi qui siamo tutte ballerine senza
tempo. Basta una ruga per essere vecchie, una velatura
negli occhi per fare un altro mestiere. Ma quelle che
sono qui dentro sono di prima scelta e lasciano a chi
parte per sempre almeno la voglia di tornarci una volta.
Qualcuno è tornato da vecchio, cercando chi gli aveva
dato un sorriso, ma poi non l’ha trovata ed è rimasto
felice lo stesso perché per voi abbiamo tutte gli stessi
occhi, la stessa fede di donare l’amore. Ti prego se
torni a cercarmi non comprare il biglietto, ne hai
ancora dieci da consumare ed io li tengo con cura,
riposti dentro il mio seno. Sono dieci balli che mi
faranno sognare, per dirti che ti ho prenotato una casa
in un quartiere tranquillo, dove vivono soltanto
stranieri.
La casa è in mattoni ed i muri sono
bianchi, nel bagno e in cucina arriva l’acqua corrente.
Quando ci passo, già sogno che potrei farti compagnia in
veranda nelle notti di luna, nei giorni di pioggia
coperti dal fango. Se vuoi non metto vestiti, ma rimango
nuda perché tu possa guardarmi il cuore attraverso la
pelle, nell’anima tutta che è un peccato coprire, perché
t’amo anche se ti ho visto per pochi minuti. So che
tu non sei uguale agli altri, che chiamano amore quello
che sentono dalle parti del sesso, che confondono ogni
notte nelle mutande e ad ogni alba svanisce come un buio
dentro la luce.
Povera m’illudo e continuo a
pensarti e stringo questi dieci biglietti. Ogni tanto li
conto sperando che siano meno, perché allora sì che
avremmo ballato e tu avresti sentito il calore che fa la
pelle sotto la seta. Forse sei andato via perché
t’eri pentito e non sapendo che dirmi hai inventato la
scusa della casa. Forse invece avevi solo da fare, ed il
tempo con me sarebbe stato uno spreco.
Non t’ho
chiesto se fossi arrivato da poco, se qui fossi solo o
una moglie ti stesse aspettando in albergo. Se fosse
questo il motivo, sappi che mai una ballerina a tariffa
ha fatto domande o s’è illusa d’avere in esclusiva
l’amore. Comunque t’aspetto.
Io, Numi
Sei tornato con una donna bellissima accanto, mi hai
detto che era tua moglie, ma non mi hai guardato negli
occhi. Hai voluto lo stesso ballare. Nell’ombra in un
angolo mi hai stretta, baciata sul collo. Hai voluto che
ti porgessi il mio seno. L’hai solo odorato come si fa
con un fiore appena sbocciato in un giardino d’inverno.
Non c’era avidità in quel gesto, non c’era passione,
ma solo il desiderio d’assaporare la fragranza di un
corpo obbediente. Perché non ero bella quanto tua
moglie, perché ero puttana quanto lei non la sarebbe mai
stata. Me l’hai ripetuto per tutto il ballo e per quello
seguente, fino a convincermi che la dote che offrivo era
un tesoro che nessun’altro finora aveva mai apprezzato.
Eri ubriaco, ma sentivo di volerti bene, che cercavi
un’amante ed io ero pronta a seguirti devota come nel
ballo.
“Cara, ti presento Numi.” Tua moglie m’ha
sorriso distratta e curiosa. Mi hai fatto sedere proprio
davanti a quella cascata interminabile di capelli
incorporei e biondi. Lei sì che aveva carne di seno per
farci la tana, due gambe per passarci una notte senza
mai avvertire d’averle esplorate del tutto. La
guardavo e ripensavo alle tue parole di quanto puttana
ero in confronto, capivo che con quel termine non volevi
intendere donna a pagamento, che non era la mia
condizione di ballerina a tariffa per giudicarci
diverse.
Lei era dura, si muoveva decisa, sicura
che ad ogni suo gesto, uomini e donne cadessero ai suoi
piedi. Ma non era sensualità vedevo solo potere.
Ostentava le gambe lunghe e piene di carne, raccogliendo
ogni volta i capelli per chiedermi quanto potesse essere
bella. Abbassavo gli occhi ma non per timore. Da
queste parti ci hanno insegnato che non è cortese
guardare in profondo, scrutare nell’intimo chi si
conosce da poco.
Avrei voluto dirle che qui a
Saigon, nonostante l’apparenza, pecchiamo d’orgoglio e
non temiamo confronti, nella convinzione che il comando
ha bisogno d’obbedienza per essere tale. Nessuna donna
qui può far trasparire, ad ogni suo gesto, l’eleganza
dell’amore, la condiscendenza alla voglia di maschio, se
non nasce e si nutre nella certezza di volerlo servire.
Ma non era il contesto e la prima cosa che insegnano
ad una ballerina a tariffa è di non mettere in imbarazzo
un cliente con discorsi incomprensibili. Chissà se tua
moglie avrebbe compreso?
E’ stata comunque
gentile, non m’aspettavo quell’accoglienza così
cordiale, addirittura mi ha chiesto di ballare mentre tu
eri andato a comprare altri dieci biglietti. Ho
rifiutato perché nella Maison delle 150 ragazze mai è
successo che due donne abbiano ballato insieme. Qui
le poche straniere che entrano si limitano a prendere a
piccoli sorsi il ruou ran e guardare noi orientali che
balliamo e qualche volta, quando ci scappa, a vederci
salire le scale. Ho sorriso e lei ha capito, ho ballato
ancora con te due, tre volte.
Siamo finiti ancora
nell’alone di quell’oscurità comoda e capiente, ma
sinceramente mi domandavo quale fosse il vostro
rapporto, e che c’entravo io in tutto questo, tranne il
fatto di cercarvi una casa. Quando ti ho detto che
avevo trovato una casa con veranda non hai neanche
voluto vederla. “Meraviglioso, quando possiamo andarci?”
Tua moglie mi ha solo chiesto se c’erano zanzariere alle
finestre, nulla di più, neanche, che so io, la grandezza
o quanto era distante da quei colpi che ti fanno sentire
la morte vicina.
Qui le case non sono troppo
accoglienti come invece, mi dicono, a Parigi e Londra.
La vita di ogni giorno si svolge ai bordi delle strade,
sopra marciapiedi inventati di terra e di spago o lungo
le rive dei tanti canali, dove ci si sposa e da qualche
tempo si muore. Lì viene celebrato anche il rito del
cibo, per festeggiare il buon Dio e ringraziarlo perchè
anche oggi ci ha fatto campare. Le donne al mattino
portano pentole e fornello e cucinano per la propria
famiglia e per chi si ferma per caso. Una zuppa “pho”
non si nega a nessuno, il frutto del drago verde è ben
augurante.
Lei è entrata per prima e senza badare
ad altro si è tuffata vestita sul letto. S’è
addormentata di colpo. Ti ho chiesto se avevi i piedi
stanchi e se volevi un massaggio, mi hai guardata strano
ed io ho sorriso. Ero contenta di poterti servire,
d’accarezzare i tuoi piedi dentro un catino d’acqua
bollente. Ho cominciato a massaggiarli e tu hai
cominciato a conoscermi. Sentivo gonfiare il tuo cuore
fino a comprendermi tutta, certa che i tuoi piedi non
avrebbero fatto più a meno delle mie mani.
M’accarezzavi i capelli, seguivi con le dita il verso
del mio naso accennato, sentivo e sapevo che da quella
sera non sarei più stata una delle 150 fanciulle.
Mi hai offerto dieci sterline a settimana, noi con
cento compriamo una casa, naturalmente non questa, noi
con cinque ci compriamo una barca di fiume che ci serve
per trasportare verdura, uomini ed animali da una sponda
all’altra del fiume. Ero felice e tua moglie
dormiva, per me avrebbe sempre dormito, anche perché ero
convinta che di un sogno non si butta via niente,
nemmeno il fastidio di mosche e zanzare che di notte
sarebbe rimasto.
Tu sei andato a dormire insieme
a tua moglie, io ho girato ancora per casa. Veramente
non sapevo cosa stavo facendo e perché ero lì, se dovevo
sbrigare faccende o sentirmi solo un’amante.
Rannicchiata nel letto ho sentito una pioggia più fitta
che ingrossava il canale ed annacquava il mio cuore.
Sono rimasta sveglia a pensarti, tutta la notte, a
simulare l’amore che non era venuto, ma a cosa sarebbe
servito?
Tua moglie
Il giorno dopo sei partito per il nord dove la
guerra vera non fa distinzioni. I comunisti avevano
ripreso l’offensiva ed i francesi indietreggiavano
facendo terra bruciata. Ogni tanto m’interrogavo su cosa
fosse la guerra, ma non parteggiavo per nessuno dei due,
volevo solo che finisse al più presto e che la Maison
Rouge rimanesse in piedi al proprio posto.
Non
sapevo che dovessi partire. Ho pianto di nascosto, non
per la tua assenza, ma più che altro perché non me lo
avevi detto. Che stupida! Cosa potevo pretendere? La
mattina con tua moglie siamo andate a passeggiare lungo
il fiume. Un soldato francese ci ha scortato al di là
dell’unico ponte. Era bella tua moglie, portava un
vestito a fiori trasparente dove seminascosto prendeva
luce un seno ben fatto. Aveva legato i capelli che
uscivano a coda sotto il cappello, era felice di essere
lì con me, e io mi domandavo cosa tu non trovassi dentro
quel corpo, sotto quella pelle che odorava di sole.
Ha raccolto una spiga e mi ha legato i capelli
seguendo con le dita lo stesso percorso del profilo del
naso, come avevi fatto tu la sera precedente, ma lei era
andata oltre entrando con l’unghia tra i miei denti fino
a sfiorarmi leggera il palato. Senza rendermene
conto ho leccato quel dito rimanendo delusa quando di
colpo l’ha tolto. Ho visto un’ombra tra i suoi occhi.
“Sai Numi, noi siamo girovaghi del mondo.” Non sapevo
bene cosa mi volesse comunicare. Ha aggiunto che da anni
ti seguiva e come reporter di guerra non avevate mai
vissuto un mese tranquilli. Sentivo che t’amava, ma non
mi sentivo di troppo ed un abbraccio più forte mi ha
strozzato il pensiero. Ero imbarazzata, ho tentato di
sottrarmi all’abbraccio.
Il soldato francese che
non ci aveva perso di vista ci ha aiutate a salire su un
battello. Tua moglie si è seduta sul bordo della barca,
il vento le gonfiava la gonna. Osservandola sembrava
come se da un momento all’altro avesse dovuto volare,
spiccare quel volo che solo il giorno prima nella Maison
m’avrebbe fatto fatica soltanto pensarlo.
Lungo i
bordi del fiume c’erano palafitte e vita, uomini cotti
dal sole che s’affannavano per tanto e per niente, donne
senza figli, puttane senza mutande, come me dentro la
Maison che aprivo le gambe alla musica leziosa, al primo
che mi parlasse in francese. S’insinuava tra la carne
più rossa, illudendomi che non ero fatta soltanto di
calli, che gli uomini tutti erano rimasti sull’orlo di
questo piacere, come indiani correndomi intorno,
lasciando che il fuoco si estinguesse all’alba da solo.
Lungo lo scorrere d’acqua c’erano ombre piatte
senza una forma, vagavano per ricongiungersi ad un corpo
qualunque che le avesse dato ancora il diritto di
vivere, e alla luce il potere di non farle morire. Donne
e topi distrutte dalla fatica, chissà se avevano mai
provato l’amore? Come me che avevo incontrato finora
solo amori finiti e promesse tante, che avevano
speculato sui ricordi per sentirsi essenziali, menzogne,
bugie che non conoscono più la causa per le quali sono
nate dentro questo vento che soffiava, dentro questa
brezza che mi faceva d’oca la pelle. Sentivo il
bisogno di scendere a mare, d’essere parte integrante di
questo vociare, d’essere causa ed effetto dell’amore che
incerto acquistava una forma di donna. Chissà perché lei
m’aveva sfiorato con un dito il palato? Rimanevo
immobile ad aspettare un vortice di vento che le
scoperchiasse la gonna, che facesse apparire la sua
pelle almeno nuda, almeno bella perché di nient’altro
potesse andare più fiera.
Cosa mi stava
succedendo? Avrei pensato le stesse cose se avessi avuto
un uomo, un uomo soltanto? Se tu m’avessi scopata la
sera prima? Attratta com’ero da quella gonna leggera,
che vezzosa faceva l’amore col vento e si gonfiava per
ore cercando d’essere parte del mondo, senza aspettare
le ombre che vagavano rimanendo sugli orli a girare.
Sentivo il bisogno di sgretolarmi, essere il nulla per
non sentirmi inutile, per entrare facilmente nei vuoti
senza per forza doverli riempire. Lei era lì davanti
a me, con il suo cappello eccentrico che mi sorrideva e
poco dopo si perdeva muta nel labirinto dei suoi
pensieri irrequieti guadandomi come una ragazzina che
chiede ossessiva una piccola moneta. Poi riprendeva a
sorridermi ed io ero contenta, ricambiavo d’istinto quel
ghigno di intesa come se la mia felicità dipendesse dal
suo stato d’animo.
Moulin Blanc
La sera abbiamo mangiato al Moulin Blanc. Da queste
parti è strano vedere due donne sole che mangiano allo
stesso tavolo. Allora ho capito che non cercavi
un’amante, che stavo lì per far compagnia a tua moglie.
Quella sera ero arrabbiata con te, col mondo, perché
non si può chiedere ad una ragazza di Saigon di servire
una europea. Non si può chiedere ad una ballerina a
tariffa di dipendere da una donna.
Quella sera
tua moglie era affascinante, una signora di classe,
disinvolta e preziosa. Abbassavo gli occhi per paura,
stava succedendo qualcosa che non capivo. Mi sentivo
felicemente sorpresa di spartirmi, spicchi di cuore che
provavano amore per persone diverse, sessi diversi.
Oddio che scandalo dentro le mie membra quando tua
moglie mi ha confidato d’aver paura la notte a dormire
da sola. Quella notte avremmo dormito insieme nel letto
a baldacchino, senza mosche e zanzare, senza un uomo a
farci sentire più donne.
Io ti amavo e mai ti
avrei deluso. Sapevo che per conquistarti avrei dovuto
obbedirle, entrare nelle vostre regole, penetrare nella
vostra ragione di stare insieme. Altrimenti perché mi
avresti ospitata nella tua casa? “Numi, voglio che
tu stia qui con noi. Per un po’ non dovresti frequentare
la Maison.” Mi avevi detto la sera precedente mentre ti
massaggiavo i piedi. Naturalmente ero contenta,
felice di servirti, ma non ho risposto perché tu
conoscevi già la risposta.
Ma ora stava accadendo
l’impossibile! Ti amavo, e sentivo l’impellente piacere
di far parte del vostro mondo, dei vostri segreti che su
quella tavola cominciavano ad avere una forma. Avevo
capito sai! L’avevo capito da quel sorriso di tua moglie
lungo il fiume, da quell’abbraccio davanti al soldato
francese, ma per me era la prima volta e sentivo
evidente il disordine dentro il mio cuore. Il ritorno
a casa nemmeno me lo ricordo, ma ricordo le sue mani che
sentivo esperte tra i miei seni, la sua volontà ferma e
troppo decisa per un cruccio venuto all’istante.
Si è accesa una sigaretta appoggiata alla spalliera del
letto. Vestita e con le scarpe mi reclamava. Delicata mi
spingeva, mi spingeva in basso per farmi capire il punto
preciso dove sgorgava il piacere. M’ha chiesto di
spogliarla senza mai avere il minimo dubbio che potessi
rifiutarmi. Sapeva già che non l’avrei mai fatto. La mia
bocca era impastata per l’emozione, curiosa di scivolare
lungo quel corpo caldo e umido sotto le lenzuola.
Era la prima volta che sentivo in bocca un sesso di
donna, un sapore deciso di pelle e di voglia come un
odore di casa chiusa da tempo. Succhiavo e leccavo senza
rendermene conto che le stavo dando piacere, allibita
che senza un pene di mezzo si potesse comunque saziare
la voglia.
Lei gemeva e spalancava le gambe per
farsi più aperta e generosa, per sentire oltre le pieghe
la mia lingua incessante. Mi supplicava di non smettere,
di indurire la lingua e darle la forza per insinuarsi
contro corrente, e continuare in un vortice dentro come
la danza di un piccione che tuba finché il giorno domani
fosse rimasto a dormire dall’altra parte del mondo.
Mi chiamava tesoro come un uomo normale, mi
graffiava i capelli come una donna che non l’aveva mai
fatto. Leccavo senza rendermi conto che non c’era
differenza tra femmina e maschio, leccavo e capivo
quanto quell’aria di donna borghese fosse solo
apparenza, quanto le vostre indifferenze, l’ostinazione
di non concedersi all’altro. Capivo sai quei suoi
momenti d’assenza, quegli occhi irrequieti che ora erano
solo un incanto a guardarli e farci l’amore. Ed a
poco a poco in me qualcosa cambiava, sentivo il piacere
nel cuore di far godere una donna, speravo che mai
smettesse d’urlare, di gonfiare il petto che chiedeva
altra saliva. E succhiavo leccavo saltando dal seno al
suo sesso come un’ape si sazia di fiori, perché dietro
ad ogni respiro c’eri tu e c’era lei, in un infinito
gorgo di passione e d’amore, di cui io ero la causa, il
rimedio alle vostre debolezze segrete.
Lei
continuava a fumare come se quella sigaretta la facesse
sentire più maschio, ed io a leccare per il gusto di
sentirmi serva d’amore, ma padrona di quel corpo, di
quella casa e di te al fronte che mi stavi pensando.
Sfiancata ha goduto fino all’ultima goccia, ebbra di
voglia m’ha cercata per l’ennesimo orgasmo che a
differenza d’un uomo era dolcemente sfalsato.
|
CONTINUA
Questo racconto
è opera di pura fantasia. Nomi, personaggi e
luoghi sono frutto dell’immaginazione
dell’autore e non sono da considerarsi reali.
Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari e
persone è del tutto casuale.
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